
Aveva dormito undici mesi, quattordici giorni e sei ore circa, stando al pannello posto sopra la sonnovasca. Il pannello registrava il tempo in base alle unità galattiche assolute; e il secondo, l’unità galattica assoluta di tempo, era una base di misura del tutto arbitraria, accettata dalla galassia solo perché ideata dal pianeta madre.
Ewing toccò un perno smaltato e una parte della superficie interna della parete dell’astronave scivolò di lato, scoprendo uno schermo visivo dai colori morbidi. Al centro delle profondità verdi dello schermo c’era un pianeta, un pianeta verde a sua volta, con grandi mari che delimitavano i continenti.
La Terra.
Ewing sapeva quale compito lo attendeva subito. Si mosse in fretta, perché ormai la circolazione del sangue nei suoi arti stava tornando normale. Raggiunse la forma massiccia del generatore subeterico installato sulla parete di fronte e premette il pulsante di contatto. Si accese una luce blu.
«Parla Baird Ewing», disse alla griglia registratrice. «Desidero segnalare che mi sono inserito in orbita attorno alla Terra dopo un viaggio perfettamente riuscito. Per ora va tutto bene. Fra poco scenderò sulla Terra. Seguiranno ulteriori rapporti».
Interruppe il contatto. In quel momento le sue parole stavano già percorrendo la galassia, dirette al suo pianeta sull’onda portante subeterica. Sarebbero trascorsi quindici giorni prima che il messaggio raggiungesse Corwin.
Ewing avrebbe voluto restare sveglio, nei lunghi mesi del suo viaggio solitario. Voleva leggere tante cose, ascoltare dischi. L’idea di dormire per quasi un anno lo sgomentava: quanto tempo perso!
Ma loro avevano deciso il contrario. «Devi superare sedici parsec di spazio da solo», gli avevano detto. «Nessuno può restare sveglio tutto quel tempo senza impazzire, Ewing. E tu ci servi sano di mente».
