È stato scritto su richiesta di Larry T. Shaw, un signore con gli occhiali e la pipa che curava due riviste di fantascienza, «Infinity» e «Science Fiction Adventures». Shaw, appassionato di sf da tanti anni, avrebbe avuto una splendida carriera di curatore se fosse riuscito a trovare un grosso editore, perché era dotato di ottimo gusto e riusciva a costringere gli autori a fare del loro meglio senza avere l’aria di imporre le proprie idee; ma il destino lo ha spinto a lavorare sempre per piccole case editrici, in collane dalla vita breve. Oggi si è trasferito in California, come quasi tutti coloro che all’epoca conoscevo a New York, e a Los Angeles cura una collana Ai paperback che probabilmente nessuno ha mai sentito nominare. «Infinity» era il suo orgoglio: una rivista con pochi fondi a disposizione che ospitava racconti di autori celeberrimi come Arthur C. Clarke, Isaac Asimov, James Blish, Damon Knight, C.M. Kornbluth e Algis Budrys. Ha pubblicato addirittura il primo racconto di fantascienza di Harlan Ellison. Io ero un collaboratore fisso di «Infinity», e molti dei miei racconti migliori sono usciti lì. L’altra rivista, «Science Fiction Adventures», era meno ambiziosa: una pubblicazione che aveva il solo scopo di divertire, con storie piene di azione, di intrighi interstellari e armi micidiali. Io collaboravo regolarmente anche a «SFA»; anzi, in pratica ne scrivevo numeri interi. Controllando in archivio, scopro che ogni numero ospitava un mio racconto lungo o due, di solito sotto pseudonimo: Battle for the Thousand Suns, Slaves of the Star Giants, Spawn of the Deadly Sea eccetera. Io mi divertivo a scrivere questi melodrammi spaziali, ed evidentemente si divertivano anche i lettori, perché i miei racconti (a prescindere dallo pseudonimo) in genere erano quelli che piacevano di più.

All’inizio, «Science Fiction Adventures» offriva in ogni numero «tre romanzi completi» (in realtà, racconti lunghi tra le 15.000 e le 20.000 parole), più qualche raccontino e un po’ d’articoli.



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